closeAttenzione: Questo articolo/post è stato scritto 15 anni 8 mesi 9 giorni fa!

Tutto scorre, tutto cambia, molto probabilmente non sono più la stessa persona di allora. Smile

Al giorno d’oggi occhi (cornee), sperma, ovuli, embrioni e soprattutto il plasma vengono socializzati , scambiati e conservati in apposite banche. Il sangue de territorializzato scorre da un corpo all’altro attraverso una vasta rete internazionale di cui ormai è impossibile distinguere le componenti economiche, tecnologiche e mediche. La linfa rossa della vita irrora un corpo collettivo informe, disperso. La carne e il sangue, socializzati, abbandonano l’intimità soggettiva e passano all’esterno. Ma questa carne pubblica ritorna all’individuo attraverso il trapianto, la trasfusione, l’assunzione di ormoni. Il corpo collettivo ritorna a modificare la carne privata, talvolta riportandola in vita o fecondandola in vitro. […] come l’ipercorteccia sospinge oggi i propri assoni attraverso le reti digitali del pianeta, l’ipercorpo dell’umanità estende i suoi tessuti chimerici tra le epidermidi, tra le specie, oltre le frontiere e gli oceani, da una sponda all’altra del fiume della vita.

tratto da Pierre Levy, Il virtuale

La pelle è un confine; un confine che ha superato indenne il passare delle scuole filosofiche e le varie concezioni dell’essere umano come un’emanazione dell’essere, una monade o …. . La pelle è da sempre il limine primario di ogni consapevolezza; involucro esistenziale, organo di difesa e di sensazione, barriera fragile tra noi e il mondo. La pelle, istanza primaria di ogni differenza in quanto creatrice di distanza e alterità. Tessuto che porta scritti i segni del tempo (rughe), della vita (cicatrici) e della cultura (tatuaggi).

Ma un confine è anche una barriera, un luogo di scambio. Ed allora la pelle diventa territorio degli amanti, diventa il luogo dove illudersi di entrare in contatto con il partner, magari dentro di lui. La pelle è un simbolo, nel significato greco del termine di metà:

Nell’antica Grecia era diffusa la consuetudine di tagliare in due un anello, una moneta o qualsiasi oggetto, e darne una metà a un amico o a un ospite. Queste metà, conservate dall’una e dall’altra parte, consentivano ai discendenti dei due amici di riconoscersi. Questo segno di riconoscimento si chiamava simbolo. Tale è il senso originario della parola. Dopo la divisione (dia-bàllein) inflitta da Zeus, ciascuno di noi è simbolo di un uomo che cerca la metà corrispondente per la sua ricomposizione (sym-balléin)[1]

La pelle sporgente o la pelle ferita, ognuna cerca la sua metà per riprodursi o amare; ma la pelle è in ogni caso qualcosa di irrefutabilmente privato. Perché è il privato, è la linea Maginot che ci rende individui, finestre sul mondo.

Eppure, il XXI secolo ha digitalizzato anche la pelle. Tutte le dimensioni dell’esistenza, dalla musica all’arte passando per il lavoro e la conoscenza, sono quantizzate[2], digitalizzate. Non abbiamo ancora il teletrasporto per realizzare il sogno dell’ubiquità ma abbiamo il peer-to-peer, non abbiamo apparecchi per la telepatia ma c’è la knowloedge-base di Internet a dare l’illusione di una conoscenza sufficientemente condivisa da essere quasi telepatica. Siamo parte di un ipercorpo, come adora definirlo il filosofo Pierre Levy: la linfa rossa della vita irrora un corpo collettivo informe, disperso. La carne e il sangue, socializzati, abbandonano l’intimità soggettiva e passano all’esterno.

Se la carne non è più un luogo privato ma sia avvia a diventare un non-luogo [4], neppure un altro bastione dell’individualità resiste all’erosione globale: la fantasia. L’immaginario collettivo, un tempo fondamentalmente sommatoria della creatività psichica di ognuno, somiglia oggi più che mai ad un pozzo da cui è consigliato attingere i propri itinerari mentali.

La neuroscienze hanno creato in noi la necessità di capire come funziona la mente; ed allora la mente del XXI secolo somiglia ad un calamaro, che rivoltiamo come fosse un calzino per ripulirlo dalle interiora. Probabilmente solo dopo averla spogliata e scavata meticolosamente, masticata nelle sue fibre più sottili, l’ipercorpo collettivo potrà digerire la sua stessa mente ed elaborare un nuovo pensiero, un nuovo pensare. Per ora, la realtà è diventata un reality, con tutte le conseguenze del caso; tra queste, la condivisione compulsiva della fantasia. E delle fantasie.



[1](Galimberti, 1989)

[2]In elettronica indica il processo di conversione di un segnale a valori continui (analogico) in uno a valori discreti (digitale)

[3](Levy, 1997)

[4]L’individuo nel nonluogo perde tutte le sue caratteristiche e i ruoli personali per continuare ad esistere solo ed esclusivamente come cliente o fruitore; […] (Augé, 2005)