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Tutto scorre, tutto cambia, molto probabilmente non sono più la stessa persona di allora. Smile

Anish Kapoor, Blood Solid, 2000 Cantami di un cane esploso sui binari, l’urlo dei freni&lo schianto&un guaito smaciullato.

Sensibile vuol dire necessariamente fragile?
Perchè piangi mi amor?
Per quello che vedi,
per quello che non vedi più 
   o per quello che non vedi ancora?

Cantami una bambina d’importazione, che svende la sua verginità sui cartelli stradali di via Gianturco, dieci euro soltanto per fare felice a ripetizione qualche privilegiato idiota che gode a chiamarla puttana per svuotarsi in un solo gesto le tasche e le palle.

C’era una volta un principe, che viveva in un castello. Non era azzurro, ma aveva tutto: gioventù, donne, ricchezze ed un padre che si illudeva di nascondergli per sempre la malattia e la morte. Ma un giorno il principe chiese come regalo di compleanno un’uscita dal suo palazzo ir-reale, e scoprì senza volerlo proprio la malattia e la morte e le pire funebri e si tinse il volto con le ceneri di uno sconosciuto. Quel principe era Siddhartha, più di duemila anni fa; e da quando ha messo la testa fuori dal suo palazzo, lo chiamiamo Buddha. Il risvegliato.

E i graffi sul braccio sono binari, binari morti, e il coltello li solca piano come un aratro paziente mentre fa sbocciare il sangue. Incidi, incidi più forte, squarciati pure le vene; ma intanto cantami l’orrore puro, i bambini soldato e la fame che si mangia le ossa e la follia di Kurtz e le urla delle monache stuprate, le fosse comuni e monsieur Malaussène che non esiste eppure è ognuno di noi, cantami cantami cantami e fa che ogni parola sia come un chicco di sale bianco nelle mie ferite: brucia, ma disinfetta.

Candid, non è il migliore dei mondi possibili questo qui; eppure bisogna pur vivere come se lo fosse. Nietzsche diceva che se scruti dentro l’abisso, l’abisso scruta dentro di te. Ed allora conosci l’orrore, ma chère Candide, ma abbandonalo subito.

Cantami di un cane esploso sui binari, una donna che piange da sola e migliaia di manichini portati a spasso dalle loro ventiquattr’ore e i loro tailleurs.
Cantami, o Diva, di questo universo che si consuma
raccontami il ruggire di questi cervelli che non s’arrendono
e porta con te almeno un po’ di pioggia, calda, per sgrassare via quei binari e l’anima mia.

Chissà chissà domani / su che cosa metteremo le mani
se si potrà contare ancora le onde del mare […]
nascerà e non avrà paura nostro figlio / e chissà come sarà lui domani
su quali strade camminerà / cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani […]
e se è una femmina si chiamerà futura.
Il suo nome detto questa notte / mette già paura
sarà diversa bella come una stella / sarai tu in miniatura […]
qui tutto il mondo sembra fatto di vetro / e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio […]
aspettiamo senza avere paura, domani.

Lucio Dalla, Futura :: [video] & [testo]