La (mia) gatta morta

ottobre 8th, 2009 § 1

Vorrei vederti morta.
E se non avessi paura che riconoscermi mentre lo faccio fosse l’ultimo pensiero ad attraversarti i neuroni lo farei io stesso, ora.

Vorrei vederti morta.
Ti taglierei il collo di netto, pur di non farti soffrire soltanto per fiatare ancora.

Vorrei vederti morta, piuttosto che vederti così. Se prima ti arrampicavi su muri e tende,cos’è che adesso ti arrende? Chi è quel coso che si permette di spuntarti dal fianco, divorandoti? Fammi ancora le fusa, ronronea senza sanguinare, ti accarezzo le ossa ormai leggere, svuotate, tradite; tu mi mordi, stanca. Insegnami ancora a graffiare sedurre ed amare, con i tuoi artigli di velluto.

La verità è che preferirei vederti fare la gatta morta, come una volta. Ed invece…

Ed invece, ed invece … tutto passa e tutto ci consuma,
tra dolore & gioia, miagolii & ruggiti

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Sanguino-lento

ottobre 25th, 2007 § 0

Anish Kapoor, Blood Solid, 2000 Cantami di un cane esploso sui binari, l’urlo dei freni&lo schianto&un guaito smaciullato.

Sensibile vuol dire necessariamente fragile?
Perchè piangi mi amor?
Per quello che vedi,
per quello che non vedi più 
   o per quello che non vedi ancora?

Cantami una bambina d’importazione, che svende la sua verginità sui cartelli stradali di via Gianturco, dieci euro soltanto per fare felice a ripetizione qualche privilegiato idiota che gode a chiamarla puttana per svuotarsi in un solo gesto le tasche e le palle.

C’era una volta un principe, che viveva in un castello. Non era azzurro, ma aveva tutto: gioventù, donne, ricchezze ed un padre che si illudeva di nascondergli per sempre la malattia e la morte. Ma un giorno il principe chiese come regalo di compleanno un’uscita dal suo palazzo ir-reale, e scoprì senza volerlo proprio la malattia e la morte e le pire funebri e si tinse il volto con le ceneri di uno sconosciuto. Quel principe era Siddhartha, più di duemila anni fa; e da quando ha messo la testa fuori dal suo palazzo, lo chiamiamo Buddha. Il risvegliato.

E i graffi sul braccio sono binari, binari morti, e il coltello li solca piano come un aratro paziente mentre fa sbocciare il sangue. Incidi, incidi più forte, squarciati pure le vene; ma intanto cantami l’orrore puro, i bambini soldato e la fame che si mangia le ossa e la follia di Kurtz e le urla delle monache stuprate, le fosse comuni e monsieur Malaussène che non esiste eppure è ognuno di noi, cantami cantami cantami e fa che ogni parola sia come un chicco di sale bianco nelle mie ferite: brucia, ma disinfetta.

Candid, non è il migliore dei mondi possibili questo qui; eppure bisogna pur vivere come se lo fosse. Nietzsche diceva che se scruti dentro l’abisso, l’abisso scruta dentro di te. Ed allora conosci l’orrore, ma chère Candide, ma abbandonalo subito.

Cantami di un cane esploso sui binari, una donna che piange da sola e migliaia di manichini portati a spasso dalle loro ventiquattr’ore e i loro tailleurs.
Cantami, o Diva, di questo universo che si consuma
raccontami il ruggire di questi cervelli che non s’arrendono
e porta con te almeno un po’ di pioggia, calda, per sgrassare via quei binari e l’anima mia.

Chissà chissà domani / su che cosa metteremo le mani
se si potrà contare ancora le onde del mare […]
nascerà e non avrà paura nostro figlio / e chissà come sarà lui domani
su quali strade camminerà / cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani […]
e se è una femmina si chiamerà futura.
Il suo nome detto questa notte / mette già paura
sarà diversa bella come una stella / sarai tu in miniatura […]
qui tutto il mondo sembra fatto di vetro / e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio […]
aspettiamo senza avere paura, domani.

Lucio Dalla, Futura :: [video] & [testo]

Sit tibi terra levis, Simba

settembre 23rd, 2007 § 1

 Mollia non rigidus caespes tegat ossa, nec illi,
terra, gravis fueris: non fuit illa tibi.

 Le tenere ossa non copra una rigida zolla e per lei
terra, non essere pesante: lei non lo fu per te.

Marziale, «Epigrammi» V, 34:

Il rumore del piccone che spacca il terreno.
Terra secca, aspra, Molisana.
Il badile di metallo che inzecca, poi affonda, smuove un mucchietto di terra.
Zac, za-zac. Vruum. (pausa)  Zac, za-zac. Vruum.

Qual è la distanza tra la mia mano di bambino che scava nella sabbia di Marina di Camerota e queste dita che ti stanno coprendo di Terra?
Non c’è distanza, tutto scorre ininterrottamente e si consuma, ci consuma, mentre ci aggrappiamo al rumore delle lenzuola pulite stese ad asciugare, ad una grappa che sa di finocchietto. Tutto si consuma, tutto muore e vive senza sosta.

Inspira, espira.
In ogni istante condividiamo il respiro con l’intero universo.
Inspira, espira.
Suryanamaskar, saluta il Sole.
Inspira, grida.
Grida di madre, grida atroci, grida silenziose.

Inspira, espira, quel po’ di aria pulita che le ciminiere ancora ci concedono. Il confine tra vita e morte è più sottile di un capello, e si spezza anche più facilmente, . Impara a sentire il cuore in ogni singolo istante, a sentirlo pulsare in tutto il corpo, dalle dita alle braccia al torace alle tempie. È il cuore che ti consuma, è il cuore che conta, è il cuore che brucia; se non riesci a sentirlo, come vivi?

Qual è la distanza tra un pungiglione di zanzara infetto e l’ago di una siringa per eutanasia? Poca, o moltissima.

Se pure trovassi il pungiglione che ti ha punto, se dessi fuoco a tutti i flebotomi infetti da Leishmaniosi, se pure inventassi una cura dopo aver studiato vent’anni, non avrei risolto nulla. Davvero nulla. La morte è lì, dentro e fuori di noi. La morte siamo noi, perchè noi siamo la vita. A che pro odiare, a che pro soffrire? Per perdere altro tempo, altri battiti del cuore? Il cuore è implacabile. O quasi.

Ai funerali non so essere triste; è come se il senso della vita, fino ad allora diluito e spalmato su troppi fronti, mi si concentrasse tutto in un istante, in un punto preciso, in un unico terribile significato. Perchè piangere allora, al più c’è da essere grati della sensazione di aver imparato ancora qualcosa, di essersi avvicinati ancora di più alla bellezza sfuggente dell’esistenza. Ecco, ai funerali quasi sorrido di gioia, perchè l’esistenza è costretta a calare la maschera e mostrarsi per quello che è: un inganno. Fa male pensare che non ci sei più, Simba; ma l’ho sempre saputo, l’abbiamo sempre saputo. Mentre a terra giocavamo a quattro zampe a chi abbaiava più forte, ringhiavamo entrambi alla morte. C’è un attimo per essere tristi, per piangere e star male. Dopo, c’è secondo me l’obbligo morale preciso di tornare alla vita più felici ed entusiasti di prima, perchè è grazie alla morte che capiamo la vita, e viceversa. Trovo quasi offensivo tornare alla vita normale senza lasciarsi cambiare in meglio dalla morte; a che serve la morte? Un morto non è un defunto, un de-functus senza più funzioni; è un morto. E va onorato, la sua gloria dev’essere la nostra vita. La vita è sacra, ogni vita. Sacra.

E ora che succede, dottore?
Succede che Simba se ne va nel paradiso dei cagnetti, dove i gatti non sanno correre e hanno artigli morbidi.

Otto pietre a caso per il tumulo, accoccolata come quando sei nata, sotto un albero di melo. Mangerò le prime mele di quell’albero, in cerca del mio peccato originale. Avrei voluto seppelirti con il tuo osso, Simbotta, lo stesso che fino a una settimana fa mi portavi tra i denti perchè volevi te lo rubassi. Ma l’ho dimenticato.
Scusa, sorella mia.

Evtusenko: Uomini

marzo 15th, 2007 § 2

Una poesia che è come l’acqua ragia; un solvente, per i dolor…colori più testardi.


Non ci sono uomini poco interessanti.
Sono i loro destini storie di pianeti.
Tutto, nel singolo destino, è singolare
E non c’è un altro pianeta che gli somigli.
Ma se qualcuno è vissuto inosservato
– e di questo si è fatto un amico -
tra gli uomini è stato interessante
anche col suo passare inosservato.
Ognuno
Ha un mondo misterioso
Tutto suo.
E in esso c’è l’attimo più bello
E l’ora più angosciosa,
solo che noi non ne sappiamo niente.
Se muore un uomo,
con lui muore
la sua prima neve, il primo bacio,
la sua prima battaglia…
E tutto egli porta via con sé.
Restano, è vero, libri e ponti
Macchine e quadri. E’ destino
Che molto rimanga, eppure
Qualcosa se ne va lo stesso.
E’ la legge di un gioco spietato:
non muoiono uomini,
ma interi mondi.
Ricordiamo gli uomini, terrestri e peccatori.
Ma, in sostanza, che ne sapevamo di loro?
Che ne sappiamo di fratelli e amici?
Che ne sappiamo del nostro unico amore?
E anche di nostro padre, sapendo tutto,
noi non sappiamo niente.
Gli uomini passano…
Ed è impossibile richiamarli in vita.
Impossibile risuscitare i loro mondi misteriosi.
Ma ogni volta desidero ancora
Gridare
per questa irrevocabilità

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

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