la Luna è dietro il vulcano
il cacciatore di aquiloni sanguina sulla neve
tra poche ore sarà ancora l’alba
La luna dietro il vulcano
febbraio 11th, 2009 § 0
Il mercato di notte
dicembre 14th, 2007 § 2
Le strade di Natale,
un gatto morto gocciola il suo sangue in un tombino,
passeggio nei vicoli dove di giorno compriamo esistenze nuove di zecca.
Quanto ti è costato davvero un taglio di capelli, Bruno?
Quanto costa a me, oggi?
E a tua figlia?
Il cuore mi fa le capriole,
l’amore m’infiamma,
il tempo ci consuma
C’est la vie 
Sanguino-lento
ottobre 25th, 2007 § 0
Cantami di un cane esploso sui binari, l’urlo dei freni&lo schianto&un guaito smaciullato.
Sensibile vuol dire necessariamente fragile?
Perchè piangi mi amor?
Per quello che vedi,
per quello che non vedi più
o per quello che non vedi ancora?
Cantami una bambina d’importazione, che svende la sua verginità sui cartelli stradali di via Gianturco, dieci euro soltanto per fare felice a ripetizione qualche privilegiato idiota che gode a chiamarla puttana per svuotarsi in un solo gesto le tasche e le palle.
C’era una volta un principe, che viveva in un castello. Non era azzurro, ma aveva tutto: gioventù, donne, ricchezze ed un padre che si illudeva di nascondergli per sempre la malattia e la morte. Ma un giorno il principe chiese come regalo di compleanno un’uscita dal suo palazzo ir-reale, e scoprì senza volerlo proprio la malattia e la morte e le pire funebri e si tinse il volto con le ceneri di uno sconosciuto. Quel principe era Siddhartha, più di duemila anni fa; e da quando ha messo la testa fuori dal suo palazzo, lo chiamiamo Buddha. Il risvegliato.
E i graffi sul braccio sono binari, binari morti, e il coltello li solca piano come un aratro paziente mentre fa sbocciare il sangue. Incidi, incidi più forte, squarciati pure le vene; ma intanto cantami l’orrore puro, i bambini soldato e la fame che si mangia le ossa e la follia di Kurtz e le urla delle monache stuprate, le fosse comuni e monsieur Malaussène che non esiste eppure è ognuno di noi, cantami cantami cantami e fa che ogni parola sia come un chicco di sale bianco nelle mie ferite: brucia, ma disinfetta.
Candid, non è il migliore dei mondi possibili questo qui; eppure bisogna pur vivere come se lo fosse. Nietzsche diceva che se scruti dentro l’abisso, l’abisso scruta dentro di te. Ed allora conosci l’orrore, ma chère Candide, ma abbandonalo subito.
Cantami di un cane esploso sui binari, una donna che piange da sola e migliaia di manichini portati a spasso dalle loro ventiquattr’ore e i loro tailleurs.
Cantami, o Diva, di questo universo che si consuma
raccontami il ruggire di questi cervelli che non s’arrendono
e porta con te almeno un po’ di pioggia, calda, per sgrassare via quei binari e l’anima mia.
Chissà chissà domani / su che cosa metteremo le mani
se si potrà contare ancora le onde del mare […]
nascerà e non avrà paura nostro figlio / e chissà come sarà lui domani
su quali strade camminerà / cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani […]
e se è una femmina si chiamerà futura.
Il suo nome detto questa notte / mette già paura
sarà diversa bella come una stella / sarai tu in miniatura […]
qui tutto il mondo sembra fatto di vetro / e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio […]
aspettiamo senza avere paura, domani.
L’ipercorpo
maggio 20th, 2007 § 0
Al giorno d’oggi occhi (cornee), sperma, ovuli, embrioni e soprattutto il plasma vengono socializzati , scambiati e conservati in apposite banche. Il sangue de territorializzato scorre da un corpo all’altro attraverso una vasta rete internazionale di cui ormai è impossibile distinguere le componenti economiche, tecnologiche e mediche. La linfa rossa della vita irrora un corpo collettivo informe, disperso. La carne e il sangue, socializzati, abbandonano l’intimità soggettiva e passano all’esterno. Ma questa carne pubblica ritorna all’individuo attraverso il trapianto, la trasfusione, l’assunzione di ormoni. Il corpo collettivo ritorna a modificare la carne privata, talvolta riportandola in vita o fecondandola in vitro. […] come l’ipercorteccia sospinge oggi i porpri assoni attraverso le reti digitali del pianeta, l’ipercorpo dell’umanità estende i suoi tessuti chimerici tra le epidermidi, tra le specie, oltre le frontiere e gli oceani, da una sponda all’altra del fiume della vita.
Levy Pierre, Il virtuale, (1997) Raffaello Cortina Editore
Se neanche la pelle è ormai un confine sicuro, davvero ci meravigliamo dei reality? Della privacy? Delle fantasie erotiche ormai condivise su tutti gli schermi? La nostra mente somiglia ad un calamaro: rivoltato come un calzino, per pulirlo dalle interiora. E poi divorarlo?
