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	<title>Dario &#187; morte</title>
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	<description>guerriero &#124; monaco &#124; poeta</description>
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		<title>Cintura bianca, cintura nera</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jun 2011 09:45:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domani ho l’esame di sho-dan di aikido. La cintura nera. Sette anni fa, guardando Jo ballare ho capito quanto mi mancasse un modo per esprimermi col corpo. Sette anni fa ho deciso di iniziare a fare arti marziali. E sette anni fa ho deciso di cambiare, o almeno ho capito di averne bisogno. Il 30/6/2004 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://dario.caregnato.net/engine/wp-content/uploads/2011/06/tao.png"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-673" style="margin: 8px;" title="tao" src="http://dario.caregnato.net/engine/wp-content/uploads/2011/06/tao-300x300.png" alt="" width="186" height="186" /></a></p>
<p>Domani ho l’esame di sho-dan di aikido.</p>
<p>La cintura nera.</p>
<p>Sette anni fa, guardando Jo ballare ho capito quanto mi mancasse un modo per esprimermi col corpo. Sette anni fa ho deciso di iniziare a fare arti marziali. E sette anni fa ho deciso di cambiare, o almeno ho capito di averne bisogno.</p>
<p>Il 30/6/2004 ho fatto il mio primo esame di aikido, dopo appena qualche mese di pratica, quel po’ che bastava a muovermi scoordinato ed impacciato in uno strano accappatoio bianco, imitando i movimenti di guerrieri ben più eleganti e marziali di me.</p>
<p>Mi hanno detto fin dal primo giorno di non lavare mai la mia cintura bianca, che tanto poi <em>sarebbe diventata nera a furia di usarla</em>, senza fretta. In seguito altri mi hanno detto che forse non è il massimo come interpretazione del <em>reishiki</em>/etichetta sul tatami…ma ringrazio chi mi ha tenuto lontano dalla mania per lo sbiancamento dei tessuti! Nello splendido “Libro d’ombra” di Junichiro Tanizaki si parla della differenza tra la nostra estetica (che ossessionata dalla morte ri-fugge ruggine, opacità ed in generale tutti i segni del tempo) e quella giapponese (che ha un termine specifico per descrivere la bellezza delle cose <em>invecchiate</em>, vissute). Ecco, in questo senso forse sono felice della patina lasciata sulla mia cintura dal tempo, perché  so che non è soltanto “sporca”. Ogni traccia di sudore impastata con polvere e pelle mi ricorda questi anni. L’odore della cintura è l’odore di tutte le materassine su cui mi sono allenato, il profumo della fatica mia e di chi mi ha permesso di allenarmi, in palestra o ad uno delle decine e decine di stage. Ogni alone è parte di me e del mio dojo.</p>
<p>Non sto teorizzando una nuova “sindone”, ovvio. Ma la mia cintura è un indumento per molti versi intimo, il filtro che ha bevuto per anni la mia voglia di cambiare. Più che una sindone allora, un ritratto di Dorian Gray al contrario?</p>
<p>Sul tatami ad inizio e fine allenamento ci diciamo sempre grazie. Grazie, in due modi diversi: prima della pratica “onegaeshimasu” (grazie per quello che stiamo per fare), dopo la pratica invece “domo arigatou gozaimasu” (grazie per quello che abbiamo fatto). E se tra poco indosserò la “cintura nera”, sento sbocciare dentro di me un enorme domo arigatou gozaimasu. Non perché la cintura nera sia un traguardo finale, anzi…in realtà è l’inizio del vero studio delle arti marziali, è la certificazione che almeno l’alfabeto l’abbiamo imparato e possiamo iniziare a sperimentare qualche “frase semplice”! No, mi vien voglia di dire domo arigatou a chi mi ha permesso di arrivare fino a questo momento di riflessione. Per privacy evito di far nomi, ma dovrei farne tanti, tantissimi. Dovrei nominare chi mi ha incoraggiato ad iniziare, chi mi ha insegnato a muovermi, chi mi ha mostrato nuovi significati della parola “amore”, gli amici che mi hanno sopportato quando arrivavo tardi (o non arrivavo) a causa dell’ennesimo allenamento. Dovrei ringraziare i tanti Maestri di aikido che con il loro esempio mi hanno mostrato tecniche, stati d’animo, respirazione, facendomi avvilire ed esaltare a giorni alterni, ma tutti trasmettendomi un’enorme passione. Chi ha fatto l’alba con me ad inventare il destino del mondo e chi ha combattuto con rami di legno su un vulcano. Chi mi ha fatto dormire ed allenare in una grotta. Chi mi ha ospitato a dormire sul tatami e chi ci ha dormito con me, dormendo nei posti più scomodi pur di essere i primi ad allenarci agli stage. Dovrei ringraziare la mia famiglia, per la pazienza le risorse la voglia di vivere e combattere. Sono tutti parte della mia cintura, parte del mio ventre.</p>
<p>Domani ho l’esame di cintura nera, e a chi mi chiede “sei emozionato?” vorrei saper rispondere. Non mi sento teso o impaurito, mi sento felice guardando la strada fatta e la paura è talmente diluita da altri sentimenti positivi e di rilassatezza che sinceramente se pure c’è non domina. Mi sento bene, ecco.</p>
<p>Domani ho l’esame di cintura nera. E chissà, forse lo passerò e sarò promosso nonostante le inevitabili imperfezioni e le tantissime tecniche che ancora non so fare. O forse sarò bocciato. Non mi importa, sette anni fa guardavo una ballerina festeggiare il suo saggio, e pensavo che io non mi sarei mai sentito come lei, parte di qualcosa più grande di me. Oggi ho trovato una strada, un modo per cambiare. Ho trovato qualcosa di più grande di me, qualcosa che mi fa assaggiare un sapore d’infinito.</p>
<p>Sudore, respiro ed infinito.</p>
<p>Domani ho l’esame di cintura nera.</p>
<p>Wow <img src='http://dario.caregnato.net/engine/wp-content/plugins/tango-smileys-extended/tango24/smile.png' alt='Smile' title='Smile' class='tse-smiley' height='24' width='24' /></p>
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		<title>La (mia) gatta morta</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Oct 2009 01:03:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vorrei vederti morta. E se non avessi paura che riconoscermi mentre lo faccio fosse l’ultimo pensiero ad attraversarti i neuroni lo farei io stesso, ora. Vorrei vederti morta. Ti taglierei il collo di netto, pur di non farti soffrire soltanto per fiatare ancora. Vorrei vederti morta, piuttosto che vederti così. Se prima ti arrampicavi su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei vederti morta. <br /> E se non avessi paura che riconoscermi mentre lo faccio fosse l’ultimo pensiero ad attraversarti i neuroni lo farei io stesso, ora. </p>
<p> Vorrei vederti morta. <br /> Ti taglierei il collo di netto, pur di non farti soffrire soltanto per fiatare ancora. </p>
<p> Vorrei vederti morta, piuttosto che vederti così. Se prima ti arrampicavi su muri e tende,cos’è che adesso ti arrende? Chi è quel coso che si permette di spuntarti dal fianco, divorandoti? <em>  Fammi ancora le fusa, ronronea senza sanguinare, ti accarezzo le ossa ormai leggere, svuotate, tradite; tu mi mordi, stanca. Insegnami ancora a graffiare sedurre ed amare, con i tuoi artigli di velluto. </em> </p>
<p> La verità è che preferirei vederti <strong>  fare </strong> la gatta morta, come una volta. Ed invece… </p>
<p> Ed invece, ed invece … tutto passa e tutto ci consuma, <br /> tra dolore &amp; gioia, miagolii &amp; ruggiti </p>
<p>Pubblicato da <a href="http://wordmobi.googlecode.com">Wordmobi</a></p>
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		<title>Sit tibi terra levis, Simba</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Sep 2007 12:07:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
				<category><![CDATA[riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
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		<description><![CDATA[ Mollia non rigidus caespes tegat ossa, nec illi,terra, gravis fueris: non fuit illa tibi.  Le tenere ossa non copra una rigida zolla e per leiterra, non essere pesante: lei non lo fu per te. Marziale, «Epigrammi» V, 34: Il rumore del piccone che spacca il terreno.Terra secca, aspra, Molisana.Il badile di metallo che inzecca, poi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p> Mollia non rigidus caespes tegat ossa, nec illi,<br />terra, gravis fueris: non fuit illa tibi.</p>
<p> Le tenere ossa non copra una rigida zolla e per lei<br />terra, non essere pesante: lei non lo fu per te. </p>
<p><font size="2"><em>Marziale</em>,<i> «Epigrammi» V, 34:</i></font></p>
</blockquote>
<p>Il rumore del piccone che spacca il terreno.<br />Terra secca, aspra, Molisana.<br />Il badile di metallo che <em>inzecca</em>, poi affonda, smuove un mucchietto di terra.<br />Zac, za-zac. Vruum. <em>(pausa)</em>  Zac, za-zac. Vruum.
<p>Qual è la distanza tra la mia mano di bambino che scava nella sabbia di Marina di Camerota e queste dita che ti stanno coprendo di Terra?<br />Non c’è distanza, tutto scorre ininterrottamente e si consuma, ci consuma, mentre ci aggrappiamo al rumore delle lenzuola pulite stese ad asciugare, ad una grappa che sa di finocchietto. Tutto si consuma, tutto muore e vive senza sosta.
<p>Inspira, espira.<br /><em>In ogni istante condividiamo il respiro con l’intero universo.<br /></em>Inspira, espira.<br /><em>Suryanamaskar, saluta il Sole</em>.<br />Inspira, grida.<br /><em>Grida di madre, grida atroci, grida silenziose.</em></p>
<p>Inspira, espira, quel po’ di aria pulita che le ciminiere ancora ci concedono. Il confine tra vita e morte è più sottile di un capello, e si spezza anche più facilmente, . Impara a sentire il cuore in ogni singolo istante, a sentirlo pulsare in tutto il corpo, dalle dita alle braccia al torace alle tempie. È il cuore che ti consuma, è il cuore che conta, è il cuore che brucia; se non riesci a sentirlo, come vivi?</p>
<p>Qual è la distanza tra un pungiglione di zanzara infetto e l’ago di una siringa per eutanasia? Poca, o moltissima.</p>
<p>Se pure trovassi il pungiglione che ti ha punto, se dessi fuoco a tutti i flebotomi infetti da Leishmaniosi, se pure inventassi una cura dopo aver studiato vent’anni, non avrei risolto nulla. Davvero nulla. La morte è lì, dentro e fuori di noi. La morte siamo noi, perchè noi siamo la vita. A che pro odiare, a che pro soffrire? Per perdere altro tempo, altri battiti del cuore? Il cuore è implacabile. O quasi.</p>
<p>Ai funerali non so essere triste; è come se il senso della vita, fino ad allora diluito e spalmato su troppi fronti, mi si concentrasse tutto in un istante, in un punto preciso, in un unico terribile significato. Perchè piangere allora, al più c’è da essere grati della sensazione di aver imparato ancora qualcosa, di essersi avvicinati ancora di più alla bellezza sfuggente dell’esistenza. Ecco, ai funerali quasi sorrido di gioia, perchè l’esistenza è costretta a calare la maschera e mostrarsi per quello che è: un inganno. Fa male pensare che non ci sei più, Simba; ma l’ho sempre saputo, l’abbiamo sempre saputo. Mentre a terra giocavamo a quattro zampe a chi abbaiava più forte, ringhiavamo entrambi alla morte. C’è un attimo per essere tristi, per piangere e star male. Dopo, c’è secondo me l’obbligo morale preciso di tornare alla vita più felici ed entusiasti di prima, perchè è grazie alla morte che capiamo la vita, e viceversa. Trovo quasi offensivo tornare alla vita <em>normale</em> senza lasciarsi cambiare in meglio dalla morte; a che serve la morte? Un morto non è un <em>defunto</em>, un de-functus senza più funzioni; è un morto. E va onorato, la sua gloria dev’essere la nostra vita. La vita è sacra, ogni vita. Sacra.</p>
<p><em>E ora che succede, dottore?<br /></em>Succede che Simba se ne va nel paradiso dei cagnetti, dove i gatti non sanno correre e hanno artigli morbidi.</p>
<p>Otto pietre a caso per il tumulo, accoccolata come quando sei nata, sotto un albero di melo. <em>Mangerò le prime mele di quell’albero, in cerca del mio peccato originale</em>. Avrei voluto seppelirti con il tuo osso, Simbotta, lo stesso che fino a una settimana fa mi portavi tra i denti perchè volevi te lo rubassi. Ma l’ho dimenticato.<br />Scusa, sorella mia.</p>
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