un conato di superiorità

Superiore. Dal latino Super -> sopra + ior -> superlativo –> Più sopra.

Zitelle inacidite nei corridoi di facoltà dicono alle mie spalle che "parlo troppo". Nelle pause di memorizzazione del loro prossimo 30 e lodecomplimentiperlaminigonna/cravatta fanno intuire che scrivo troppi blogs. Che li scrivo per sfogare i miei complessi di superiorità. Hm.

Eppure, sono convinto che il solo postulare con le proprie comare la condivisibilità di un aggettivo come superiore, implica accettare la possibilità di inquadrare ognuno di noi in una casella ordinata lungo una scala di valori pre-determinata. Una scala che è un segmento di retta, avente un inizio minimo|infimo A e una fine B più o meno trendy. Una scala in cui o sei superior o sei inferior rispetto a qualcun altro. Sei in o sei out. Wow.

Chi mi conosce sa quanto io sia ormai lontano da logiche binarie del genere. Sa che sono mesi che scrivo nei miei blogs quanto mi sento solo. Quanto mi sento imperfetto, stupido, ottuso. Eppure…

La vita è complessa, non serve citare la matematica di Fenyman per caprilo. Serve un po’ di sale in zucca e parecchia umiltà. Serve superare l’inevitabile xenofobia genetica che ci fa inquadrare gli altri nei nostri estremismi. Serve saper amare senza riserve, anche perfetti sconosciuti.

Le rette sono buone per la geometria euclidee delle elementari; esistono parecchie altre misure dell’universo, anzi del multi-verso. Accusare qualcuno della sua presunta superiorità equivale grossomodo alle dispute adolescenziali sulla lunghezza del proprio fallo.

Non esistono fiori di pesco più perfetti di altri, direbbe un maestro zen.
Non esistono uomini superiori o inferiori ad altri, direi io. Se avessi qualcuno abbastanza umile pronto ad ascoltarmi.




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