Prince of Persia,no more coins
In treno ho incontrato un fotografo vecchio stampo, vecchia stampa, filigrana buona, abbiamo parlato di inquadrature e del non-rumore di una non-reflex Leica; quando gli ho detto di chiamarmi Darìo, mi ha detto “eh sì, in effetti il pizzetto fa un po’ lineamenti Persiani”.
Mi sono ricordato di quando avevo a stento 10 anni, giocavo sui pc degli amici i mondi che il giornalaio di quartiere ci vendeva per pochi spiccioli, spesso quelli della paghetta; di quando dopo TRE ORE, no dico TRE per passare un livello, uno schifoso quadro, il mostrofinale di turno arrivava e con mezzo colpo tac ti stendeva. E tu lì che non potevi neanche piangere per non sfigurare con gli amici. Solo, ricominciare. Al max, se eri in sala giochi, sperare di poterti comprare abbastanza gettoni, insert coin, un’altra vita e via.
Oggi hai le memory card; e il tasto salva, e i cheats, e i trainers, e i livelli supplementari da scaricare col telefonino e porca di quella zozza ma possibile che manco la morte simulata sopportiamo? Sempre a procrastinare, a inventare un trucco sbilenco per non imparare a morire, a perdere a sentire il rumore che fa il tuo re quando l’altro implacabile ti dice “scacco matto” e te lo butta di lato. Marmellata di consumatore, non giochiamo più, stiamo consumando: abbiamo le Playstation con i giochi con l’AUTO SKILL: capiscono da soli quanto sei scarso e fanno in modo di non umiliarti troppo; e farti arrivare alla fine del gioco, così un altro magari te lo compri.
PRINCE OF PERSIA, vecchio tormentone dei platform: a un certo punto arrivavi a uno specchio, lo oltrepassavi e la verità la capivi solo 5 quadri dopo, quando ti trovavi di fronte a una copia esatta di te stesso, provavi a ucciderla e moriva con te. La principessa la salvavi solo dopo aver superato te stesso, senza ucciderti. Prince of Persia. Avrei dovuto capire allora. E non passare. Uccidermi ora è troppo difficile.
Lorenzo, Jo, Désirée e io: in 4 in mansarda a giocare a biliardino fino alle 2:30. Di notte, ovvio. Thx Lòrenz

